L’ESTENUANTE LENTEZZA
DEI CAMBIAMENTI POLITICI IN MEDIO ORIENTE LA SICILIA 13/07/05 Negli ultimi sei mesi tutti
speravano nell’imminente “Primavera
democratica” in Medio Oriente: la morte di Arafat,
la caduta di Saddam Hussein, le riforme sociali, l’avallo
appassionato degli opinion leader mediorientali e lo sprone
incessante, soprattutto da parte degli Stati Uniti, sono
apparsi come altrettanti catalizzatori di un possibile
cambiamento. Tutti nutrivano enormi aspettative per le
elezioni (presidenziali, parlamentari e amministrative)
in Palestina, Iraq, Arabia Saudita, Libano e Iran; e poi
c’è stato il referendum in Egitto che ha portato
a un ampliamento della lista dei possibili candidati alle
elezioni presidenziali; e ancora il ritiro della Siria
dal Libano a maggio e il previsto ritiro israeliano dalla
Striscia di Gaza hanno creato le basi per ridurre drasticamente
l’influenza straniera che aveva finora ostacolato,
in entrambi i luoghi, il processo di autodeterminazione.
E’ emersa una vera e propria unità di intenti
nell’inserire elementi di maggiore democrazia all’interno
dei sistemi politici autocratici. In primo luogo, il pluralismo
non appartiene al codice genetico della maggior parte
dei governi musulmani mediorientali.
Anche quando si tengono elezioni con un’ampia partecipazione
e anche quando c’è un’opposizione, non
ne consegue necessariamente né un cambiamento politico
né la libertà. E’ stato il clero iraniano
che ha scelto i candidati alle presidenziali. E’ stato
sotto il controllo esclusivo del partito palestinese Fatah
che sono stati scelti i candidati per le presidenziali
di gennaio 2005. E’ il presidente egiziano Mubarak
che dice che sta aprendo il sistema delle presidenziali
a chiunque voglia candidarsi, ma poi è il Partito
Democratico Nazionale che avalla le candidature. In che
modo i fautori della società civile che operano
nel settore pubblico e in quello privato possono competere
con le vaste reti di moschee islamiche in Medio Oriente
che sono meglio finanziate, più organizzate, più reattive
e molto radicate ideologicamente? La terza ragione è che la transizione da un lungo
periodo di autoritarismo a qualcosa di più pluralistico
richiede tempo e, in ogni caso, comporta un certo grado
di instabilità. Anche i regimi democratici, d’altronde,
sono difficili da strutturare e spesso risultano caotici
nell’immediato. Dopo mille anni di governo sunnita
in Iraq, ora sono al potere gli Sciiti e ogni gruppo ha
bisogno di tempo per adattarsi al mutato status quo: i
Sunniti si chiedono se debbano partecipare al processo
politico o se debbano boicottarlo; gli Sciiti devono decidere
se si possa passare sopra a secoli di oppressione. Per
ora la risposta è no. La quinta ragione è che i sistemi politici mediorientali sono dominati da onnipresenti servizi di sicurezza che violano la privacy dei cittadini mentre l’apparato militare protegge da minacce interne ed esterne. Bisognerebbe spendere meno per la protezione del regime, ma senza una legittimazione pubblica le autocrazie vivono nella paura. C’è una sesta ragione ed è che si è troppo
disposti a far uso della forza e della violenza per risolvere
i problemi. Da febbraio in Libano ci sono stati tre assassinii
eclatanti; la nuova leadership palestinese deve ancora
risolvere i problemi di ordine pubblico (e non si tratta
solo di disarmare i gruppi di militanti che vogliono combattere
contro Israele, ma di liberare le strade del paese da delinquenti,
criminali, gangster, rapitori ed estorsori). E in Iraq,
sono proprio i civili iracheni che vengono brutalizzati
da autobombe, assassinii e rapimenti. E mentre accade tutto
ciò, i leader arabi restano in silenzio, quasi indifferenti
di fronte al ricorso regolare alla violenza che genera
un clima di cinismo e paura tra le popolazioni: quando
il governo schiaccia la popolazione sotto il proprio giogo
le democrazie o funzionano male o non funzionano per niente. |