LA
SACILIA
June
7, 2003
Solo
una scossa o un terremoto?
di
Kenneth W. Stein (*)
Dopo
la guerra con l’Iraq, le questioni oggetto di preoccupazione
nel mondo arabo sono, tra l’altro, se gli Stati
Uniti si accingono a ricorrere nuovamente alla forza
fisica nella regione, per modificare un regime, e quale
tipo di governo andrà a sostituire il regime totalitario
di Saddam. E’ certo che il rovesciamento del rais
ha già acuito il dibattito pubblico su come dovrebbero
operare gli stati arabi in generale. L’autoritarismo
tipico dei governi arabi lascerà il posto a istituzioni
in grado di realizzare una democrazia?
La fondazione degli stati arabi moderni risale agli anni immediatamente successivi
al 1° conflitto mondiale. Nei casi in cui furono create delle istituzioni
parlamentari, esse non riuscirono comunque ad andare oltre l’autoritarismo
locale tipico del periodo dell’Impero Ottomano, in cui prevalevano settarismo
e politiche etnico-tribali. Alcune cerchie elitarie chiuse consolidarono le
proprie posizioni, si liberarono della presenza britannica e francese, e costituirono
regimi facenti leva su eserciti forti e servizi segreti pervasivi. Quando i
governanti arabi proclamarono la necessità di sacrificarsi per la causa
palestinese sedarono il dissenso locale. La società civile non è mai
emersa nel Medio Oriente arabo perché i cittadini esitavano a parlare
di politica. In molti stati arabi, l’opposizione al regime in pubblico
divenne appannaggio della rete semi-intoccabile delle moschee; talvolta le
voci “contro” espatriavano per vomitare la loro rabbia nei confronti
dei regimi autocratici che non potevano cambiare stando a casa loro o comunque
dall’interno.
All’inizio degli anni ’90, si accese un ulteriore dibattito su
come dovessero essere gestiti gli stati arabi. Dopo il crollo del muro di Berlino,
il dissolversi del comunismo est europeo e il boom della rivoluzione tecnologica
portarono la globalizzazione in ogni angolo del mondo. Tale dibattito ha subìto
un’accelerazione negli ultimi tre anni. Il fallimento dell’intifada
palestinese nel liberare la Palestina da Israele ha dato luogo a un’altra
serie di discussioni interne. Perché i regimi arabi sono deboli, incapaci
di aiutare i palestinesi? Perché non c’è stata una soluzione
araba all’invasione del Kuwait da parte di Saddam nel 1990? Perché gli
autori dell’attacco sferrato contro l’America l’11 settembre
2001 erano arabi? Nell’edizione 2002 dell’Arab Human Development
Report si criticano gli stati arabi per il mancato rispetto dei diritti umani
(in particolare, in materia di libertà delle donne e assenza di società civile).
La fine del potere di Saddam ha accelerato la discussione su come gli altri
leader arabi potessero starsene tranquilli a guardare questo brutale despota
uccidere la sua stessa gente mentre sperperava le risorse dello stato.
Che cosa si pensa nel mondo arabo? Nel gennaio 2002, il prestigioso quotidiano
in lingua araba al-Hayat (Londra) commentava che “i regimi (arabi) sono
in grado di soffocare qualsiasi tentativo di protesta contro le loro politiche
e (negano) i diritti fondamentali ai loro cittadini”. Amplificando questo
pensiero, nel gennaio 2003, uno scrittore su al-Quds al Arabi (Londra) ha rilevato
che “il comune cittadino arabo non si sente al sicuro perché il
sistema sociale in cui vive non gli garantisce alcun diritto. I diritti sociali
sono visti come doni concessi dai sovrani che possono riprenderseli in qualsiasi
momento. In realtà, i governanti arabi considerano la stessa libertà come
un dono di cui un cittadino può essere privato. La cultura dominante
nel mondo arabo è una cultura in cui le persone non godono di diritti,
ma hanno solo doveri da compiere”.
Nell’aprile 2003, un ex alto funzionario del governo giordano mi disse,
candidamente, “nel mondo arabo siamo cittadini, ma la cittadinanza non
esiste”. Dopo l’attentato in Arabia Saudita nell’aprile 2003,
un giornalista che scrive sul quotidiano libanese al-Nahar, notò che
anche se la questione palestinese e la presenza americana potevano annoverarsi
fra alcune delle cause dell’evento, bisognava comunque affrontare la
questione di una riforma interna “che portasse a una maggiore partecipazione
politica, a una maggiore libertà di espressione e (trovasse) soluzioni
per …. la disoccupazione, la corruzione, l’iniqua distribuzione
della ricchezza, lo spreco e altri problemi”. Lo scorso maggio, Mohammad
al-Basha ha scritto sul settimanale egiziano al-Ahram che “la nazione
araba ha assolutamente bisogno di un po’ di autocritica onesta e razionale
al fine di superare le sue serie carenze politiche, economiche e sociali”.
Affinché i regimi mediorientali svolgano un ruolo attivo nel cambiamento,
i leader e le élite dovranno dividere la torta del potere e della ricchezza
in più fette. Ma raramente i politici determinano loro stessi le condizioni
di una diminuzione del proprio potere. Comunque, che accadrebbe se nei prossimi
anni emergesse in Iraq un sistema federale che funziona e si creasse un sistema
decisionale decentralizzato? E cosa avverrebbe se nascesse uno stato palestinese
con una costituzione e un principio di auto-determinazione entro il 2005? Le
buone intenzioni di cui fanno mostra il Premier palestinese Mahmud Abbas e
il Premier israeliano Sharon inducono a chiedersi se sia seriamente possibile
che nasca uno stato palestinese, retto democraticamente e in cui i diritti
umani siano tutelati. Che cosa succederà ai regimi arabi quando non
potranno più far leva sul fatto che Israele viola i diritti dei palestinesi?
Dovranno cominciare anch’essi a guardare alla loro situazione interna.
Contrariamente al colonialismo britannico o francese di cento anni fa, il ruolo
americano è quello di un catalizzatore del cambiamento e non quello
di un occupante permanente che vuole impedire alle voci interne di esprimersi.
Cambiamenti interni sono a portata di mano. La domanda è quanto saranno
rapidi, sostanziali e dove porterà la politica del Medio Oriente.
C’è da chiedersi se Saddam Hussein o Osama Bin Laden abbiano compreso
quali conseguenze impreviste hanno avuto le loro azioni.
(*)
Kenneth W. Stein è Docente di Storia del Medio
Oriente e Scienze Politiche alla Emory University di
Atlanta, Georgia (USA)