[The
following is an interview with Kenneth Stein
which appeared in La Sicilia on May
6, 2005.]
"Se
per gli Usa la legge è più uguale"
carlo anastasio
Come in un romanzo di George Orwell, la legge è uguale per tutti, ma
per gli Stati Uniti può essere più uguale. Non è nemmeno
ipotizzabile che una giustizia realmente al di sopra delle parti possa decidere
sul caso Calipari: i soldati americani rispondono soltanto a organismi americani,
senza eccezioni. E senza prevedibili cambiamenti, a sentire Kenneth Stein,
ex direttore del Carter Center, docente di Storia del Medio Oriente e di
Scienze politiche alla Emory University di Atlanta.
Professore, al di là del torto e della ragione, se l'Italia avesse proposto
che il caso Calipari fosse valutato da una commissione indipendente, certamente
gli Stati Uniti avrebbero risposto di no, perché non riconoscono mai,
a nessun livello, una giurisdizione sovrannazionale. Ma questo è compatibile
con quanto ha dichiarato il presidente Bush, che bisogna estendere la democrazia
nel mondo? E' ammissibile che un Paese rimanga sempre al di sopra di tutti
gli altri?
«La questione della commissione d'inchiesta indipendente forse si potrebbe
porre per un problema di giustizia civile, ma non per le "regole di ingaggio" militari,
su cui gli Stati Uniti certo non permettono a nessuna entità di intervenire.
Per come la vedo io, la tragedia è avvenuta in una zona di combattimento,
non una zona civile, e quindi vale il diritto militare. E che questa sia la convinzione
degli Stati Uniti si deduce anche dal rapporto, che per il 50 per cento era coperto
dal segreto. I militari americani seguono le loro procedure: questo potrà non
piacere, però sono sicuro che non c'è stata malafede. Si è trattato
di stato un errore».
Errore di chi?
«Non lo so.E' proprio su questo che c'è disaccordo tra Italia e
Stati Uniti. Ma è stato nient'altro che un errore, un tragico errore».
Resta il fatto che gli Stati Uniti non accettano un'istanza sovrannazionale
in nessun campo. Non accettano che nelle missioni delle Nazioni Unite i militari
americani obbediscano a un comando straniero, e nel campo della giustizia
non accettano un tribunale penale internazionale. Ma questo non è un
atteggiamento, in fondo, non democratico, o anche - come direbbe qualche vecchio
contestatore - imperialistico?
«Bush è stato accusato di non rispettare il diritto internazionale
soprattutto per la cosiddetta "azione preventiva". Ma io non penso che quello
che è accaduto in Iraq abbia cambiato davvero qualcosa, perché ci
vorrebbe almeno un secondo caso per dire che è una linea politica. Faccio
un esempio con la stampa. Se io vengo nel suo giornale e le dico quello che deve
scrivere, decido per una volta il suo comportamento. Se tra due settimane faccio
la stessa cosa alla "Repubblica", allora già la situazione cambia molto.
E se fra tre settimane faccio la stessa cosa al "Mattino" di Napoli, è chiaro
che si può parlare di una politica. Invece finora per gli Stati Uniti
non c'è stato una seconda volta dopo l'Iraq. Non siamo andati in Siria
a dire ad Assad: "Fuori dai piedi". Non siamo intervenuti in Iran o in Nord Corea.
Il comportamento di questi Paesi non ci piace, però non abbiamo deciso
di intervenire, e io non sono affatto convinto che succederà. L'ultima
volta che sono stato qui in Italia tutti continuavano a dirmi: "L'America sta
cambiando le regole, sta buttando alle ortiche la legalità internazionale".
Ecco, io direi che non è così. E' avvenuto solo una volta, in un
solo luogo, contro un solo dittatore. Non possiamo parlare di una politica».
Ma insisto: si può ipotizzare che domani, o tra un anno o dieci, gli
Stati Uniti accettino un diritto internazionale che sia al di sopra del loro
diritto? Le ricordo per esempio la tragedia del Cermis: soldati americani
che avevano causato la morte di civili italiani in Italia furono giudicati
e sostanzialmente assolti da una corte americana, con una procedura francamente
scandalosa.
«Quando la Gran Bretagna e la Francia erano potenze coloniali in Medio
Oriente, la loro legge era la legge del luogo. Se un francese aveva un incidente
d'auto a Istanbul, non si applicava la legge turca ma quella francese. Se un
inglese sparava a un egiziano al Cairo, era sottoposto soltanto alla legge britannica.
Quindi ci sono precedenti: ogni Paese cerca sempre di tutelare i propri cittadini.
Ora, questo significa che mai gli Stati Uniti cederanno potere a una corte internazionale?
Io non direi che non succederà, però sarei molto sorpreso se accadesse».
Certo non con Bush. Ecco: il secondo mandato è quello in cui il presidente
viene già visto in una luce di tramonto, ha meno autorevolezza, meno
capacità di incidere. Questo vale anche per la politica estera?
«C'è da considerare che le condizioni politiche interne sono favorevoli
alla Casa Bianca. Attualmente sia al Senato sia nella Camera bassa c'è una
maggioranza repubblicana. E, dopo le elezioni di medio termine, nel 2006, è probabile
che la maggioranza in entrambi i rami del Congresso rimanga repubblicana, e che
addirittura si rafforzi al Senato. Inoltre Bush - anche se sarebbero bastati
60 mila voti in Ohio a far vincere John Kerry - sente di avere ricevuto un mandato
pieno, quindi andrà avanti nei suoi programmi. E poi a fine mandato i
presidenti si sentono anche più liberi in politica estera. Pensiamo a
Bill Clinton, che fece negli ultimi sei mesi quello che non aveva fatto nei sette
anni e mezzo precedenti. Bush andrà per la sua strada, con l'unico vincolo
di lasciare le condizioni perché alle prossime presidenziali vinca il
candidato repubblicano. E poi bisogna tener presente che al Dipartimento di Stato
c'è Condoleezza Rice, che è ascoltatissima e parla con la voce
del presidente, come è avvenuto per pochissimi segretari di Stato prima
di lei. La Rice gode di una credibilità enorme, quindi tutto è possibile.
Io non mi sorprenderei se nel secondo mandato della presidenza Bush ci fosse
una politica estera molto attiva e insieme anche molto attenta, attenta al dove
e al quando. Non a caso per l'Iran, per la Corea del Nord, ora si comincia a
parlare di coalizione, non più di politica unilaterale, perché con
una coalizione può essere più facile raggiungere i propri obiettivi,
o anche per il desiderio di ricucire certi strappi con gli alleati, come Francia
e Germania. Di contro, per quanto riguarda di Israele e i palestinesi, c'è più che
altro una situazione di attesa: l'amministrazione americana vuole vedere cosa
fanno le parti prima di decidere se intervenire in qualche modo».
Ma sembra che la coppia Abu Mazen-Sharon stia funzionando: non ci sono più grandi
attentati, né parole di guerra. Cosa sta succedendo?
«Interesse reciproco. C'è un calendario di avvenimenti previsti
e ognuna delle due parti ha interesse a farlo rispettare. I palestinesi hanno
le elezioni di luglio e non vogliono che si creino le condizioni perché non
si svolgano, e dall'altro lato anche Israele non vuole avere nessun motivo per
non ritirarsi da Gaza. Quindi adesso c'è convergenza di interessi nell'evitare
la violenza, anche se non c'è nessuna garanzia che non ci siano attentati.
Poi, dopo le elezioni palestinesi, penso che i gruppi radicali vorranno farsi
sentire con qualche azione violenta».
Ma lei ritiene che questa possa essere la volta buona per una vera pace?
«No. E' possibile la non belligeranza, la non violenza, ma non ancora la
pace, perché ci sono ancora molte ragioni di conflitto: c'è la
questione di Gerusalemme, quella del ritorno dei profughi palestinesi, quella
degli insediamenti israeliani nei Territori occupati. Sì, è possibile
che avvengano grandi gesti, da parte di Sharon o di Abu Mazen, che facciano fare
un balzo avanti al negoziato, come è possibile che avvenga il contrario,
che si torni indietro. Ma, allo stato attuale, certo non basterà un pomeriggio
per mettersi d'accordo su tutte le questioni irrisolte».