"Europa
e Usa, reciproci malintesi"
LA
SICILIA
19
aprile 2003
Kenneth
W. Stein*
A quattro settimane dall'inizio della guerra in Iraq, continua il dibattito
(già iniziato prima) sull'opportunità che la prossima fase
dell'impegno internazionale con l'Iraq sia caratterizzata o meno dalla
multilateralità. Durante la conferenza stampa che è seguita
al vertice dello scorso 8 aprile, il presidente Bush e il primo ministro
Blair hanno entrambi definito «vitale» il ruolo che dovrebbe
essere svolto dall'Onu, un eufemismo per dire che la ricostruzione civile,
economica e politica dell'Iraq non va né lasciata esclusivamente
agli Stati Uniti né guidata autonomamente da Onu, Banca Mondiale,
Fmi o Nato.
Il passaggio ad un nuovo sistema di governo in Iraq richiederà grande
cura e anni di lavoro. Non possiamo aspettarci che le divisioni e l'imbarazzo
che hanno caratterizzato i rapporti tra Europa e Stati Uniti prima della guerra
spariscano in poco tempo. Il processo di condivisione delle responsabilità non è né chiaro
né sicuro, ma le voci che circolano sulla fine della Nato sono certamente
esagerate.
Perché? Perché le nostre economie sono profondamente legate,
per le analogie tra le nostre rispettive storie politiche e nelle origini dei
nostri antenati, ma anche perché la globalizzazione continua la sua
corsa frenetica e perché Europa e Stati Uniti sono ancora insieme a
difendere i principi di libertà e indipendenza, oltre che i diritti
umani. E, certo, né in Europa occidentale né a Washington si
vuole che gli ex regimi comunisti dell'Europa dell'Est tornino ai giorni del
conflitto.
Se bastasse una medicina a far cambiare atteggiamento alle due sponde dell'Atlantico,
entrambe le parti riuscirebbero idealmente a capire meglio le rispettive fissazioni
e a dar spazio ad una più aperta mentalità, altrimenti obnubilata
dall'ideologia o inibita dall'ignoranza.
Al traguardo del mutato atteggiamento si può arrivare attraverso un
percorso già segnato. Intanto, si può subito ridurre la tensione
collaborando per la ricostruzione dell'Iraq e non solo: pressando perché il
conflitto tra israeliani e palestinesi si concluda pacificamente, mantenendo
la cooperazione economica in altre zone del Medio Oriente, sostenendo la guerra
al terrorismo, rafforzando economie deboli, fermando la diffusione delle malattie,
eliminando le armi di distruzione di massa, ecc. Tuttavia, la collaborazione
da sola non basta quando si tratta di colmare divergenze di opinione tra Europa
e Stati Uniti su come risolvere problemi comuni a livello internazionale.
Più delle buone maniere, nell'era del dopo-guerra fredda, entrambi i
lati dell'Atlantico hanno bisogno di comprendersi e di addivenire l'uno alle
posizioni dell'altro. In assenza di una minaccia esterna comune, c'è infatti
però ancora paura da entrambe le parti. Gli europei non immaginano che
la maggior potenza economica e militare della terra possa provare angoscia
e sentirsi vulnerabile dopo il Settembre del 2001. Gli americani non capiscono
che per alcuni europei il ricordo della seconda guerra mondiale e di ciò che
ne è seguito segni ancora profondamente la psiche della popolazione.
Per l'Europa, assai debole militarmente, evitare un conflitto sul suo territorio
e altrove rappresenta la priorità; il che si traduce nell'uso del dialogo
e nel ricorso ad organismi internazionali per prendere decisioni attraverso
l'azione collettiva e la cooperazione.
Nel corso di un viaggio di due settimane in Francia e in Italia, ho avuto modo
di incontrare tanti europei che mi hanno rivelato la loro preoccupazione sugli
appetiti territoriali, sull'egemonia e l'imperialismo dei loro vicini. E non
so quanti americani siano consapevoli di questo aspetto del subconscio europeo.
Una spinta verso l'integrazione europea sarebbe certo un modo per proteggersi
dai fantasmi consolidati di recenti aggressioni.
In America, d'altro canto, si ha generalmente scarsa comprensione dell'importanza
critica che le nostre azioni rivestono in qualunque altra parte del mondo,
come pure dell'effettiva potenza rappresentata dagli Stati Uniti. Rispetto
agli europei, gli americani sono ancora relativamente ingenui, se non ignoranti,
in materia di politica estera. Basti pensare al fatto che pochissimi americani
parlano una lingua straniera.
Negli anni '90, la risposta europea ai problemi posti da Iraq e Iran fu tutta
nell'atteggiamento costruttivo o nell'uso del dialogo. Washington ritenne che
la migliore strategia fosse il acontenimento» fisico di Bagdad e Teheran
e, quando questo fallì, passò alle sanzioni. La decisione di
usare la forza (l'alternativa meno gradita agli europei) fu presa dopo che
neanche in quel caso Saddam Hussein ebbe cambiato il suo comportamento. Difficilmente
gli americani comprendono la netta preferenza dell'Europa per le soluzioni
verbali ai problemi di politica estera. E quando gli Stati Uniti ricorrono
alla forza, per gli europei si tratta dell'esercizio di un potere egemonico.
In Europa, c'è un atteggiamento fortemente critico, se non cinicamente
arrogante, nei confronti di Bush e della sua amministrazione. Piuttosto che
concentrarsi sulle malefatte di Saddam, che ha violato l'Iraq, la sua ricchezza,
la sua gente, oltre che – e sistematicamente – le risoluzioni Onu,
il giudizio negativo sulla politica degli Stati Uniti si è spesso ridotto
ad attacchi personali a Bush. Per gli europei, Bush non era altro che un maldestro
governatore desideroso soltanto di ricorrere a una fiammeggiante sei-colpi,
e certo non in grado di utilizzare il linguaggio come Reagan o Clinton. I migliori
giornalisti e gli intellettuali più sensibili pensano che la guerra
contro l'Iraq sia stata voluta da Bush figlio per cancellare l'incapacità di
Bush padre di rovesciare Saddam Hussein nel '91. E poi, non dimentichiamo gli
attacchi pretestuosi all'America per aver fatto ricorso all'uso della forza:
agli Stati Uniti interessa ridisegnare la mappa del Medio Oriente, Washington
vuole controllare il petrolio dei Paesi arabi, l'atteggiamento unilaterale
degli Stati Uniti segna la fine dell'Onu, una combriccola neo-conservatrice
e la destra religiosa guidano la politica estera americana e, infine, gli Stati
Uniti, quando lo riterranno opportuno, faranno a Siria, Iran e Corea ciò che
hanno fatto all'Iraq!
Quando gli europei hanno saputo che il 70% degli americani e una percentuale
ancora maggiore del Congresso sosteneva il presidente e l'uso della forza contro
Saddam Hussein e il suo regime, il loro sguardo si è come perso nel
vuoto. Quando è stato loro fatto notare che non era l'America ad aver
avuto un passato coloniale ma l'Europa che, non solo l'aveva avuto, ma aveva
anche tarpato qualunque sviluppo nazionalistico in Africa, nel Medio Oriente
e nel Sud-Est asiatico (Lord Cromer, Alto Commissario britannico in Egitto,
ebbe a dire che «E' meglio un buon governo dell'auto-governo!»),
la cosa – che, pure, altro non era se non l'affermazione di un dato storico – venne
semplicemente definita irrilevante. Se è vero che in Giappone e in Germania
ci sono ancora le truppe americane a cinquantacinque anni di distanza dalla
seconda guerra mondiale, non si legge però da nessuna parte che gli
Stati Uniti tentino di assumere il ruolo dei dominatori come invece, e per
più di due secoli, hanno fatto Francia, Belgio, Gran Bretagna, Italia
e altri nei confronti di diverse culture del Terzo Mondo!
Forse gli europei vengono da Venere e gli americani da Marte. Entrambi farebbero
bene ad ascoltarsi, a capirsi e a saperne di più gli uni degli altri,
piuttosto che dar prova di tanto cinismo e tanta arroganza, e a mettere da
parte ideologie amate ma ormai logore riconoscendo, invece, la verità storica
e le realtà contemporanee. E, certo, bisognerebbe anche riformare il
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite!
*Docente di Storia del Medio Oriente
e Scienze Politiche alla Emory University
Atlanta, Georgia (Usa)