La Sicilia March 25, 2005 NON SI PUO' MANGIARE DEMOCRAZIA (You can not Eat Democracy) di Kenneth W. Stein (*) Se si guarda alla storia degli ultimi decenni, per il Medio Oriente questo è un momento estremamente significativo. Forse era dagli anni 1914-1923, periodo che segnò la fine dell'Impero Ottomano e la creazione ad opera di inglesi e francesi dei confini dei nuovi stati arabi, che non si verificavano simili trasformazioni nell'arco di un solo decennio. Il potere personale degli autocrati mediorientali è in costante declino, mentre le istituzioni parlamentari si diffondono sempre di più; nelle società arabe i singoli individui cominciano a reclamare il diritto all'autodeterminazione; gli organi di informazione (giornali e radiotelevisioni) abbondano in critiche veementi contro le élites dominanti, i valori sociali e i sistemi di istruzione. Proviamo a paragonare la realtà di oggi con quella di quindici anni fa: nei primi anni '90 qualunque manifestazione pubblica a Beirut sarebbe stata sedata dalle truppe siriane; un articolo critico nei confronti di Arafat avrebbe provocato l'arresto dell'autore e la perdita del posto di lavoro dei suoi familiari; se qualcuno avesse protestato contro Saddam Hussein sarebbe scomparso nella notte senza lasciare traccia di sé; chiunque avesse parlato di diritti delle donne in Arabia Saudita avrebbe rischiato una mutilazione. In Afghanistan, così come in Palestina e in Iraq, si sono tenute libere elezioni; la gente ha dato inizio alla creazione di nuovi governi che possano togliere il potere ai signori della guerra, ai capi tribù e agli autocrati. Il presidente egiziano Mubarak ha accettato di partecipare a elezioni presidenziali con più candidati; in Libano il governo filo-siriano si è dimesso in seguito alle pressioni dell'opinione pubblica. Accortosi che la compagine di governo prescelta dopo la morte di Arafat comprendeva troppe figure del vecchio regime, il primo ministro palestinese è stato costretto a nominare un gruppo di politici interamente rinnovato, soprattutto tecnocrati senza alcun legame con la macchina politica di Arafat e dei suoi amici. E adesso i libanesi manifestano ogni giorno reclamando il ritiro dei 15.000 soldati siriani che occupano il Libano dagli anni '80. Ma come mai questo sgretolamento del sistema autocratico sta avvenendo proprio adesso e, soprattutto, a che cosa porterà in Medio Oriente? Sarà comunque un bene? Saranno cambiamenti solo formali e transitori o, viceversa, realmente sostanziali e strutturali? Se saranno cambiamenti di lunga durata, quali saranno gli effetti sul Medio Oriente? Per 70 anni, fino alla fine della Guerra Fredda e fino alla Guerra del Golfo del '91, gli stati arabi e i loro leader hanno lottato contro il colonialismo, mantenedo al minimo l'influenza occidentale. Dal 1991, e in particolare dopo l'11 settembre 2001, l'Occidente è tornato con forza in Medio Oriente, sia in modo fisico che ideologico. Le regole occidentali di comportamento politico e i sistemi democratici di governo hanno aperto una crepa nel muro autocratico mediorientale. Tutto ciò potrebbe essere in parte collegato alla morte di Arafat e alla rimozione di Saddam Hussein, ma la loro uscita di scena ha rappresentato più in generale la fine di un'era caratterizzata da leader carismatici che hanno dominato il Medio Oriente. Ma adesso quei capi forti e determinati non ci sono più. Non ci sono più Arafat, Assad senior, l'Ayatollah Khomeini, Boumedienne, Bourghiba, Re Hassan del Marocco, Re Hussein di Giordania, Nasser, Sadat, e lo Scià di Persia. Ognuno di essi è ora sostituito da un altro autocrate, ma sicuramente meno autorevole e senza quel particolare carisma. Sono scomparse anche le importanti ideologie organizzative che avevano conquistato i cuori e le menti delle popolazioni di quelle regioni nel periodo post-bellico: il nasserismo, il panarabismo, l'anti-imperialismo, l'anti-sionismo e l'anti-colonialismo. Ne rimane ancora qualche traccia, ma non con la stessa concentrazione. Anche se i sentimenti anti-americani o anti-Bush vengono ancora utilizzati come slogan nelle manifestazioni, la democrazia, la libertà e i diritti individuali riescono tuttavia a prevalere. Non esistono più neanche le società poco istruite o facilmente manovrabili di una volta, manipolate e controllate dagli autocrati. L'accesso a internet, la televisione satellitare e la comunicazione istantanea permettono di conoscere quanto accade altrove: visto che alcuni autocrati sono stati spodestati (vedi Ceausescu in Romania, Suharto in Indonesia, o il caso della rivoluzione arancione in Ucraina) perché non tentare di liberarsi almeno del loro stile di comando, se non addirittura dei despoti stessi? La ricerca incessante di autodeterminazione da parte dei palestinesi e la prontezza degli israeliani a favorirla hanno giocato un ruolo decisivo sulla velocità dei cambiamenti nella regione. La libertà e la democrazia potranno anche diffondersi nel Medio Oriente, ma non potranno risolvere da sole gli enormi problemi strutturali, sociali ed economici della regione. La democrazia non si mangia, né la libertà garantisce di per se stessa un posto di lavoro. In assenza di favorevoli prospettive economiche, perché una persona dovrebbe difendere libertà duramente conquistate? Nelle transizioni verso i sistemi democratici, c'è sempre il rischio che le vecchieé lites ricorrano alle nuove regole per mantenere il potere: infatti, che cosa impedisce loro di diventare ancora più autoritarie, o di esserlo quanto lo erano sotto il passato regime? Basta domandarlo agli iraniani i quali, liberatisi dello Scià, si sono ritrovati sotto il tallone di un regime autocratico altrettanto repressivo. Il primo ministro britannico Tony Blair ha recentemente evidenziato tale pericolo quando ha detto: "Sarebbe stato un gravissimo passo indietro sostituire un regime dittatoriale [in Iraq] con un altro. Sarebbe stato un vero disastro". Può ancora accadere in Iraq o in Afghanistan? Che cosa avviene se scatta il meccanismo secondo il quale ogni cittadino può esprimere il proprio voto? Se non si riesce a privare gli autocrati dei loro strumenti di controllo (come quelli militari, spionistici o l'uso a fini privati di risorse finanziarie pubbliche), elezioni e costituzioni si riveleranno inutili. La democrazia può rivelarsi una forma organizzativa addirittura pericolosa se non vengono istituiti meccanismi per il controllo dell'attività dell'esecutivo, e se la popolazione non osserva le nuove regole volte a proteggere l'individuo anziché il clan o il gruppo etnico di appartenenza. Nonostante l'attuale spinta verso i cambiamenti politici in Medio Oriente, i clan, le tribù, i gruppi etnici e le sette religiose continuano ad avere molta influenza sull'organizzazione sociale e sul processo decisionale politico. Non sarà facile cambiare questo stato di cose. Occore che dall'estero si continui ad appoggiare la crescita della società civile e lo sviluppo economico. Attenzione immediata richiede il problema dell'incremento demografico che dovrebbe essere rallentato. In Medio Oriente non si potrà mai raggiungere un livello di pluralismo sufficiente a rallentare le migrazioni di masse arabe se non verranno posti limiti all'incremento demografico. Non si conoscono infatti indici di incremento annuale del PIL in grado di sostenere un paese democratico, specialmente se di nuova istituzione, la cui popolazione raddoppia in meno di venticinque anni. (*) Docente di Storia Contemporanea del Medio Oriente e Scienze Politiche presso la Emory University di Atlanta, Georgia (USA). |