La Sicilia Marzo 21, 2004 "Transizioni Politiche in Medio Oriente? Il Medio Oriente che vuole Bush" di Kenneth W. Stein (*) E’ stato fatto un passo in avanti importante nel processo di trasformazione dell’Iraq da dittatura brutale a struttura di autogoverno pluralistica. La costituzione provvisoria irachena, firmata l’8 marzo scorso, indica come dovrebbe essere governato il paese, una volta conclusasi definitivamente l’amministrazione civile USA il prossimo 30 giugno. Pur senza risolvere gli innumerevoli problemi che affliggono l’Iraq, il consiglio governativo, composto da 25 membri che rappresentano Cristiani, Curdi, Sunniti, Sciiti e Turcomanni, ha dimostrato comunque che la via del compromesso è possibile. L’Islam è la religione ufficiale, ma la Sharia non è l’unica base del diritto, la libertà di espressione va garantita, e il 25 percento dei seggi della futura assemblea parlamentare assegnati alle donne va considerato come un obiettivo e non una quota. Le elezioni parlamentari dovranno aver luogo nel 2005 mentre quelle presidenziali sono previste per il 2006. Cosa accadrà se gli Iracheni andranno avanti? Se gli attentatori, i terroristi e gli irriducibili non riusciranno a scatenare una guerra civile etnica in Iraq o a provocare un imbarazzante ritiro americano? Cosa accadrà se il nuovo patto nazionale iracheno ce la farà e se prevarrà il federalismo? Quali saranno le implicazioni regionali a lungo termine se l’Iraq riuscirà, anche solo in parte, a creare una forma di governo stabile, basata sul pluralismo? Il successo ha sempre molti genitori, mentre il fallimento è sempre orfano. Diciamo la verità: se la rete al-Qaeda di Osama Bin Laden non avesse attaccato l’America e se gli Stati Uniti non avessero sconfitto i Talebani in Afghanistan così rapidamente e non avessero subito puntato sull’Iraq come obiettivo successivo, ora non vi sarebbe un nuovo sistema di governo in via di costruzione nel paese. Né i leader arabi né la Lega Araba possono assumersi il merito di aver avviato questa transizione. Il merito va a quei paesi che con la forza hanno deposto Saddam e stanno partecipando al processo di ricostruzione del paese. Avendo guidato la coalizione per rovesciare Saddam, l’amministrazione Bush vuole che le venga riconosciuto il merito della transizione in Iraq. E in un quadro più ampio, l’amministrazione Bush ha redatto un piano ambizioso mirante a trasformare il Medio Oriente, favorendo il passaggio da regimi autocratici a valori democratici e a una situazione di prosperità economica. I pilastri su cui si basa la MEPI (“Middle East Partnership Initiative”, Iniziativa Congiunta per il Medio Oriente) messa a punto dal governo USA e pubblicata di recente, sono l’economia, la politica, l’istruzione e i diritti delle donne. Lo scopo è quello di promuovere la libera impresa, accogliere più voci nelle strutture di governo, istruire più persone e incoraggiare una maggiore partecipazione delle donne in tutti i settori della società. Si tratta senz’altro di scopi lodevoli, ma guadagna terreno l’interpretazione cinica che la MEPI serva a nascondere i fallimenti dell’amministrazione Bush in politica estera: raffredamento dei rapporti con l’Europa alla vigilia dell’invasione dell’Iraq; mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Iraq; scarso impegno nel risolvere il conflitto israelo-palestinese; e tentativo di interferire sul destino di stati arabi sovrani. Un altro gruppo, composto da Arabi riformatori, vede il cambiamento politico come una necessità, ma ritengono che la spinta al cambiamento debba nascere all’interno e non debba essere importata o gestita dall’esterno. Di recente, commentando la MEPI, Salameh Nematt ha scritto, nel quotidiano di Beirut al-Hayat, che vi sono “generali arabi che governano direttamente o indirettamente, e che sono capaci solo di opprimere i loro popoli per mantenere il potere, pur offrendo, invece, sicurezza”. Alcuni europei considerano le pressioni per ottenere il loro sostegno alla MEPI come nient’altro che un mezzo trasparente per fare in modo che l’UE condivida i costi del processo di ricostruzione, riducendo la spaccatura tra le due rive dell’Atlantico. E’ tuttavia ancora troppo presto per dire che quanto è accaduto finora in Iraq potrà portare a un passaggio rapido al pluralismo anche in altre aree del Medio Oriente. Perché? Perché in Iraq il regime è totalmente crollato ed è stato relativamente facile costruire centri di potere sulla base di affinità etnico-tribali, prima soppresse, desiderose di organizzarsi politcamente. Invece in altre zone della regione mediorientale, i regimi non sono crollati. Pur indeboliti, come nel caso dell’Autorità Palestinese di Arafat, questi regimi autocratici si riposizionano aggrappandosi disperatamente alle leve del potere. C’è davvero qualcuno pronto a credere che l’Egitto di Mubarak, la Siria di Assad o qualsiasi altro stato del Golfo Persico siano disposti a negoziare una reale condivisione del potere con classi inferiori e private dei diritti civili? Nel caso dell’Iraq, la caduta dell’odiato regime insieme alla consapevolezza della presenza di risorse (petrolifere) da distribuire in futuro, significava che partecipare la processo decisionale politico avrebbe favorito degli interessi particolari. Prima di attribuirsi il merito di aver trasformato l’Iraq o il Medio Oriente in democrazie di stampo Jeffersoniano, inglese, spagnolo o italiano, aspettiamo che si tengano elezioni libere almeno più di una volta. Vediamo se prevale lo stato di diritto. Vediamo se i leader etnici, religiosi e tribali sosterranno o meno un nuovo presidente e un nuovo primo ministro. Storicamente, in Medio Oriente, i parlamenti sono sempre stati emarginati dalle élite autocratiche e autoritarie. E se non sono emarginati, i parlamentari devono essere disposti al compromesso, all’accomodamento e a margini di manovra limitati, non una volta, ma quasi sempre. Bisogna offrire sostegno e incoraggiamento ai riformatori mediorientali, ma questi devono poter agire a modo loro e quando sono pronti. E’ stato compiuto un significativo passo in avanti, ma è prematuro attribuire alla MEPI il merito di aver trasformato i regimi autocratici in democrazie; si rischia di dare fondamento all’interpretazione cinica secondo cui ci si vuole attribuire il merito così presto solo perché questo è, in America, l’anno delle elezioni presidenziali. (*) Il Prof. Kenneth Stein insegna Storia contemporanea del Medio Oriente e Scienze Politiche presso la Emory University di Atlanta, in Georgia (USA). |