LA SICILIA IL DOMINIO
E L’EREDITÀ DI ARAFAT NOVEMBER 20, 2004 Negli ultimi cinque anni, sono quattro i leader mediorientali passati a miglior vita, ciascuno con trenta anni o più di potere alle spalle: Assad di Siria (1970-2000), Hussein di Giordania (1953-1999), Zayed bin Sultan al-Nahayan degli Emirati Arabi Uniti (1965-2004) e Hassan del Marocco (1961-1999). Ogni volta la loro morte è stata seguita da dibattiti e preoccupazioni sulla successione, e poi ogni volta la successione ha avuto luogo senza problemi. Sebbene Yasser Arafat abbia dominato la politica palestinese dal 1969 in poi, la comunità palestinese, contrariamente alle altre, si accinge ad affrontare un periodo di instabilità e incertezza mentre cerca di configurare un proprio futuro con un nuovo leader o una nuova dirigenza. I leader scomparsi, coevi di Arafat, hanno operato al fine di far convergere tribù, etnie divergenti, gruppi religiosi e ceti sociali diversi verso identità nazionali condivise e, grazie al diligente lavoro preparatorio, la transizione dopo la loro morte è stata relativamente stabile in ogni caso. In un certo senso si potrebbe dire che la loro unica preoccupazione fosse evitare scontri politici all’atto della successione. Ricorrendo a organismi di sicurezza interni hanno messo in atto questa loro volontà, hanno variamente soffocato il dissenso e hanno mantenuto un dominio personale sull’ordine politico; tuttavia, con modalità diverse, hanno messo a punto dei “meccanismi” (partito, parlamento o costituzione che fosse) che hanno fatto da spina dorsale. Pur tenendo il potere per sé, sono riusciti a mettere insieme unità sociali diverse in un’unica identità nazionale. Anche Arafat ha utilizzato una mezza dozzina di servizi di sicurezza per conservare il controllo politico ma, intenzionalmente, lo ha fatto in modo da non creare una collettività; ha, invece, cementato il movimento nazionale palestinese intorno al sacrificio, alla vittimizzazione e all’oppressione da parte di una potenza esterna, cioè il sionismo, Israele, e tutti i suoi sostenitori. Arafat praticava il patriarchismo classico; lui era la legge e lui stabiliva le regole del comportamento e del linguaggio politico, e “assumersi responsabilità” non rientrava nel suo lessico di governo. Il denaro scorreva a fiumi nelle casse di Arafat e dell’OLP; egli sborsava danaro per oliare gli ingranaggi del sostegno alla sua leadership. Le risorse pubbliche erano di sua esclusiva competenza e il controllo dei cordoni della borsa gli consentiva di tenere sotto tutela il movimento nazionale. Di recente, un giornalista del Beirut Daily Star ha definito questo modo di governare “quasi dittatoriale”. Il concetto di auto-determinazione di Arafat era “decido per conto mio”. La lotta contro Israele girava intorno alla sua persona e così chiunque lo criticasse commetteva l’inamissibile: si ritrovava a criticare l’obiettivo stesso della liberazione della Palestina. L’attenzione da parte dei leader internazionali era ossigeno per il suo ego e per la sua lotta. Qualsiasi visita di un leader straniero a Ramallah o qualsiasi incontro in una capitale straniera aggiungeva prestigio e legittimazione al suo governo. Arafat personalizzava il potere. E se lo teneva stretto, senza condividerlo. Invece di cercare di mettere insieme le varie componenti della comunità palestinese tenendole al riparo sotto istituzioni independenti, ne ostacolava lo sviluppo. Creare o rafforzare istituzioni politiche diverse da quelle che controllava lui, come l’OLP o Al Fatah, sarebbe stata una minaccia per la sua leadership. Ecco perché non amava la condivisione del potere: quando ero costretto a farlo dagli eventi contingenti, si trattava sempre di occasioni episodiche e reversibili. Una linea di successione avrebbe aperto delle prospettive di conclusione del suo dominio prima che egli fosse pronto. Molti palestinesi si lamentavano del suo stile autoritario ma quasi mai lo affrontavano apertamente e sistematicamente. E quando c’erano disaccordi riguardo alle sue scelte politiche o anche ribellioni aperte nei confronti del suo governo, egli soffocava pian piano le voci dell’opposizione. Quando veniva sfidato dall’interno della comunità palestinese, trovava il modo di minacciare, punire o mettere a tacere quelle voci . Quante volte, negli anni ’90, palestinesi come Hanan Ashrawi, Saeb Erekat, Mahmud Abbas (Abu Mazen), Ahmed Qurei (Abu Ala), Muhammad Dahlan, Jabril Rajoub e Feisal Husseini, per nominarne solo alcuni, hanno dissentito dalle sue politiche, lo hanno criticato, si sono dimessi da eventuali incarichi, solo per ritornare ad occupare una qualche posizione sempre sotto la sua direzione. Era ammirato e temuto, amato e criticato, e ed era maestro nel gestire il consenso attraverso il proprio carisma personale e il clientelismo. Era riuscito a “promuovere” bene le sofferenze dei palestinesi ma faceva poco per aiutarli a migliorare la loro sorte economica. In modo abbastanza straordinario, riusciva a mantenere il sostegno arabo e internazionale per la causa palestinese, pur commettendo grossolani errori politici. Il suo plateale appoggio all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1991 fece sì che più di 350.000 palestinesi venissero scacciati dagli stati arabi produttori di petrolio e che i loro conti correnti venissero confiscati. Quando si rifiutò di firmare un accordo precedentemente negoziato con gli israeliani nel 1994, il Presidente egiziano Mubarak, che aveva legato il proprio prestigio a quella mediazione, si arrabbiò talmente del suo ritardo nel firmare il documento che urlò ad Arafat “ Firma, figlio di un cane!”. Nonostante ricusasse continuamente il terrorismo, il fatto che avesse acquistato 50 tonnellate di armi dall’Iran, confiscate sulla nave Karine A nel gennaio del 2002, appena quattro mesi dopo gli attacchi terroristici contro gli USA, ne fece un virtuale nemico degli americani. Da allora Arafat venne considerato un innegabile alleato di Osama Bin Laden. Nel tempo, vari elementi palestinesi e alcuni leader mediorientali hanno tentato di influenzare, usurpare, minare o cavalcare l’onda della causa palestinese, le prerogative dell’OLP e il ruolo di Arafat al suo interno. Arafat ha basato tutta una carriera sull’arte di parare questi colpi. Quando i leader mediorientali si preoccupavano più dei propri interessi nazionali che della causa palestinese, o quando cercavano di controllarne il processo decisionale, li rimproverava pubblicamente accusandoli di danneggiare la lotta per liberare la Palestina. Arafat giunse a disprezzare il Presidente egiziano Sadat per aver voluto rappresentare i palestinesi a Camp David nel 1978 e per aver fatto pace con Israele, ma trasformò il tutto in una sorta di miniera d’oro, in senso sia politico che finanziario, per la causa palestinese e il suo governo. Per decenni lottò aspramente con re Hussein di Giordania su chi dovesse parlare a nome dei palestinesi, chi dovesse controllare la Cisgiordania, chi dovesse fungere da custode arabo di Gerusalemme qualora una parte fosse stata liberata da Israele. I
tre obiettivi di Arafat erano sempre quelli: fare in modo che l’OLP
restasse l’unica istanza rappresentativa del popolo palestinese,
liberare parte o tutta la Palestina attraverso la lotta armata
o la diplomazia, e mantenere tutto il potere nelle sue mani. Arafat
era il simbolo vivente della causa palestinese. In ogni momeno
di crisi, attingeva al serbatoio delle emozioni perché lottava
per tutti i palestinesi. Eppure, ha lasciato un’eredità che
suscita giudizi contraddittori. --- |