"Forti ostacoli sul cammino del dialogo israelo-palestinese"
di Kenneth W. Stein (*)

La Sicilia

(11.12.03)

Verso la fine di ottobre del 1973 ebbero inizio, senza clamore, delle trattative tra generali egiziani e israeliani, a circa 100 km dal Cairo. Le discussioni vertevano su come smobilitare gli eserciti e come scambiarsi i prigionieri di guerra dopo il conflitto appena concluso. I colloqui tra Egitto e Israele continuarono per sei anni; stimolati dalla mediazione americana, i negoziati portarono alla storica visita del Presidente egiziano Sadat a Gerusalemme e si conclusero con la firma del trattato tra Egitto e Israele sul prato della Casa Bianca nel marzo del 1979.

Il trattato tra Il Cairo e Gerusalemme è ormai saldamente in vigore da un quarto di secolo. Come una palma esposta a costanti raffiche di vento, si è piegata ma non si è spezzata. I leader egiziani e israeliani diedero allora prova di lungimiranza, coraggio e volontà politica. Come mai oggi i palestinesi e gli israeliani non fanno mostra delle stesse qualità e non riescono a raggiungere un accordo? Per quale motivo non sono capaci di definire i confini geografici e determinare le prerogative dei loro due stati ad ovest del Giordano?

Nel caso di Egitto e Israele, l'oggetto del contendere era chiaro: Israele voleva il riconoscimento e, soprattutto, l'impegno del Cairo a non usare nuovamente la forza contro lo stato ebraico; l'Egitto voleva il ritiro di Israele dai propri territori. Il Sinai veniva ceduto in cambio di un trattato di pace e della promessa di non entrare in guerra. Il trattato è sopravvissuto all'assassinio di un presidente egiziano e a quello di un primo ministro israeliano; ha visto succedersi sette premier israeliani; non ha vacillato durante la distruzione da parte di Israele del reattore nucleare iracheno, l'invasione del Libano da parte israeliana, l'espansione degli insediamenti di coloni, le due intifada palestinesi, attacchi fisici contro diplomatici e cittadini israeliani in Egitto, e un fuoco di fila da parte dei media egiziani contro israeliani, ebrei e sionisti.

Oggi, la situazione israelo-palestinese è diversa. Le buone intenzioni e i piani ben costruiti dei mediatori esterni avranno scarsa rilevanza sino a quando non riusciranno a porre fine al conflitto. Certo, contano senz'altro le personalità di leader quali Sharon e Arafat e le forze e/o le debolezze interne, così come il fatto che gli insediamenti israeliani e i kamikaze palestinesi alimentano costantemente l'ostilità e la diffidenza reciproche. Ma sono sostanzialmente altre due le questioni chiave che impediscono a palestinesi e israeliani di concludere il conflitto che li vede contrapposti.

Fino a che ciascuna delle due parti non sarà disposta a dichiarare apertamente e senza ambiguità che riconosce la legittimità nazionale dell'altra come dato di fatto inequivocabile, nessun accordo duraturo sarà possible. Intendiamoci: negli accordi di Oslo e in quelli successivi, l'OLP e Israele si sono reciprocamente riconosciuti come realtà necessarie, ma non hanno riconosciuto il diritto legittimo dell'altra parte a esistere come nazione sulla terra ambita da entrambi. In secondo luogo, inseguire un sogno non è la via migliore per arrivare a un accordo definitivo. Per raggiungere questi due presupposti fondamentali, i leader politici di entrambe le parti devono dar prova di volontà e coraggio e, soprattutto, devono essere pronti ad alienarsi un rilevante segmento di minoranze dei loro rispettivi elettorati (radicali laici e religiosi), accettando soluzioni di compromesso dei conflitti interni ed eventuali conseguenze fisiche e politiche per i leader stessi.

Per quanto riguarda la leadership palestinese, essa non ha ancora raggiunto un consenso sulla necessità di rinunciare a parte del sogno di ritornare in Palestina, una regione che comprende terre e città dell'odierno Israele. Nel nazionalismo palestinese esistono molte componenti diverse, ma tutte accomunate dal sogno di ritornare a ciò che ritengono essere la loro terra e le loro case. Se e quando i palestinesi rinunceranno a questo sogno, allora riconosceranno automaticamente Israele come un dato di fatto e il sionismo come una realtà legittima. In passato i palestinesi hanno fatto ricorso alla violenza contro gli israeliani per ostacolare gli accordi. I militanti che si oppongono a qualsiasi soluzione negoziale con Israele mobiliteranno le masse contro la fine del sogno del ritorno. Inoltre, a peggiorare le cose, i palestinesi vanno incontro a un periodo di incertezza, se non di guerra civile, nel dopo-Arafat.

Oltre a essere offensive per i palestinesi, la costruzione e l'espansione degli insediamenti hanno anche un impatto negativo sulla società israeliana. Per sostenere i coloni e gli insediamenti sono stati finora spesi miliardi di shekel israeliani che, quindi, non sono stati utilizzati per far fronte alle pur urgenti esigenze interne. Se decidesse di ritirare i 200.000 e più coloni, il governo israeliano dovrebbe far fronte alla violenza di coloro che non intendono rinunciare nemmeno a una parte della terra promessa da Dio agli ebrei nel Vecchio Testamento. E' probabile che lo smantellamento degli insediamenti generi violenza tra i coloni e l'esercito o le forze di polizia di Israele.

Nei negoziati tra Sadat e Begin negli anni '70, nessuno dei due leader dovette sforzarsi a lungo per definire i termini dell'accordo: pace in cambio di territori ben delimitati e restituiti secondo scadenze prestabilite. Alla fine, né il premier israeliano Begin né Sadat lasciarono che la questione palestinese impedisse loro di firmare il trattato. Allo stesso modo, né Begin né Sadat dovettero preoccuparsi di tensioni interne o guerre civili che potessero frapporsi come ostacolo o essere sfruttate come scusa per non concludere i negoziati. E, con gli Stati Uniti dell'epoca, Il Cairo e Gerusalemme avevano in comune l'obiettivo di liberare la regione dall'influenza sovietica.

Oggi, palestinesi, israeliani e mediatori esterni non hanno più un comune interesse nazionale e strategico. Negli anni '70, i protagonisti e le condizioni erano più favorevoli a pervenire a un accomodamento. Non è così oggi, né c'è da aspettarselo per domani. Soltanto quando si metteranno da parte i sogni e i leader politici si assumeranno gli ovvii rischi della conclusione del conflitto, israeliani e palestinesi imboccheranno finalmente la strada della pace.


(*) Kenneth W. Stein è docente di Storia del Medio Oriente e Scienze Politiche alla Emory University di Atlanta, Georgia (USA.) E' autore di "Heroic Diplomacy: Sadat, Kissinger, Carter, Begin and the Quest for Arab-Israeli Peace" (Routledge, 1999)