L’IMPORTANZA
DELLE ELEZIONI COMUNALI IN PALESTINA di Kenneth W. Stein (*) Il 23 dicembre 2004 si sono svolte le elezioni in 26 consigli comunali della Cisgiordania. Il partito politico Fatah, fondato originariamente da Arafat, e che negli ultimi quarant'anni ha dominato la politica arabo-palestinese, ha ottenuto la maggioranza in 12 consigli, contro i 7 ottenuti da Hamas, il partito militante islamico. Nei rimanenti 7 consigli, in cui nessun partito ha ottenuto una maggioranza netta, Hamas e Fatah cercheranno di formare delle coalizioni tra di loro e/o con i consiglieri eletti in liste indipendenti. In due di questi consigli Hamas e Fatah hanno vinto candidandosi congiuntamente. Nel corso del 2005 dovrebbero svolgersi le elezioni in altri 600 comuni palestinesi. A queste parteciperà anche buona parte della Striscia di Gaza, dove è probabile che Hamas possa avere maggior seguito e ottenere una rappresentanza più ampia che in Cisgiordania. La futura forza dei consigli comunali e dei loro rappresentanti dipenderà molto dal denaro che riusciranno a destinare al loro elettorato. Ma questo dipenderà a sua volta dall’entità degli aiuti forniti direttamente dai donatori e da quelli che invece affluiranno attraverso l'Autorità Palestinese oppure da organizzazioni non governative. Alle ultime elezioni comunali ha preso parte l'81% dei 145.000 palestinesi aventi diritto, un'affluenza simile a quella registrata alle precedenti elezioni palestinesi del gennaio 1996. In queste elezioni comunali, dei 306 seggi in palio, quasi il 65% è andato a Fatah, mentre Hamas ne ha ottenuto circa il 20%. Alle donne era riservato il 16% del totale dei seggi, di cui 25 ottenuti superando avversari di sesso maschile, e il resto attribuiti tramite il sistema di quote. Secondo l’Alta Commissione Palestinese per le Elezioni Comunali, il 49% dei votanti era costituito da donne, e nessuno ha contestato la regolarità del voto, una situazione simile a quella delle elezioni presidenziali e legislative del gennaio 1996, quando il numero delle irregolarità fu relativamente basso (niente a che vedere con l’Ucraina!). Quanto alle elezioni del prossimo 9 gennaio, in cui verrà eletto il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmud Abbas rimane l’unico vero candidato. Nel 1996 Arafat fu eletto presidente con l’80% delle preferenze, avendo come avversario una donna relativamente sconosciuta. A quelle elezioni, infatti, a causa di una certa debolezza nei territori di Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza, Hamas decise di non presentare alcun candidato alla presidenza e, per ragioni del tutto simili, non lo farà nemmeno alle prossime elezioni presidenziali, che secondo le previsioni faranno registrare un’affluenza inferiore sia a quella del 1996 sia a quella delle recenti elezioni comunali. Se voterà meno del 50% degli aventi diritto, anche se Abbas vincerà come previsto, sarà comunque uno schiaffo per la vecchia dirigenza di Fatah, che nello scenario palestinese post-Arafat è rappresentata da Abbas. Inoltre, ciò potrebbe dimostrare che alle elezioni di primavera per il Consiglio Legislativo Palestinese, Fatah farebbe meglio a schierare candidati che sappiano rappresentare gli interessi del loro elettorato piuttosto che quelli personali. Secondo David Makovsky, esperto del Washington Institute for Near East Policy, le elezioni di primavera saranno più insidiose per Hamas, che questa volta presenterà propri candidati. “Alle prossime elezioni per il consiglio legislativo – sostiene Makovsky – ci sarà un ballottaggio a Gaza, che è una tradizionale roccaforte di Hamas, un partito che spera anche di approfittare dei sospetti di corruzione che aleggiano attorno ai dirigenti dell’Autorità Palestinese (AP). Hamas, infatti, è riuscita a crearsi un’immagine di correttezza morale poiché ha agito finora come organizzazione di volontariato benefico, concedendosi in tutti questi anni il lusso di criticare dall’esterno piuttosto che essere chiamata a governare”. In realtà Hamas dovrà riuscire ad andare oltre le critiche all’AP, dimostrando di poter offrire una leadership responsabile che non si limiti alle azioni di carattere sociale, ma sappia anche fornire beni e servizi attraverso una struttura burocratica di governo. Governare significa anche dover scendere a compromessi e operare delle scelte, molte delle quali risulteranno incompatibili con l’ideologia di un partito come Hamas che, ad esempio, predica la distruzione di Israele. Da qui alle elezioni del maggio 2005, quando l’Autorità Palestinese riceverà nuovamente fondi, la responsabilità di alcuni tra i servizi che Hamas fornisce alla popolazione palestinese, specialmente a Gaza, potrebbe essere trasferita ai ministeri e ai funzionari dell’AP, indebolendo così alcuni dei tradizionali punti di forza a favore di Hamas. Il partito dovrà quindi trovare il modo di partecipare al processo politico conservando il favore del suo elettorato. Se e quando la dirigenza dell’AP aprirà i negoziati con Israele su questioni riguardanti gli assetti definitivi, quali Gerusalemme, gli insediamenti, i confini, i profughi e le prerogative del futuro Stato palestinese, è facile aspettarsi che Hamas adotti una linea politica dura e intransigente su tutte le questioni, in particolare su quella riguardante i profughi palestinesi che sperano di tornare in quello che oggi è lo Stato di Israele. Hamas continuerà ad auspicare che la maggioranza demografica ebrea presente in Israele scompaia per lasciar posto ad uno stato arabo-musulmano che ha nell’Islam il suo principio guida.
Infine, passate le elezioni legislative, presidenziali e comunali, quei candidati palestinesi che usciranno vittoriosi o sconfitti da queste esperienze potrebbero decidere di candidarsi ad uno dei 150 seggi del futuro parlamento, quando effettivamente nascerà uno Stato palestinese. Nel frattempo, le svariate campagne elettorali palestinesi, la libera discussione su temi di pubblico interesse, e il progressivo emergere di una società civile sono tutti segni di un cammino deciso verso l’affermazione di una democrazia libera dall’intimidazione e dalla violenza. Magari si potesse dire altrettanto dell’Iraq…--- (*) Docente di Storia Contemporanea del Medio Oriente e Scienze Politiche presso la Emory University di Atlanta, Georgia (USA). |