La Gazzetta Del Mezzogiorno (Bari)

August 27, 2003

"Le implicazioni dell'attentato di Baghdad"

di Kenneth W. Stein*

Il 19 agosto scorso, un kamikaze lanci una betoniera piena di esplosivo contro un muro dell'hotel a tre piani di Baghdad scelto dall'ONU come suo quartiere generale in Iraq. Diverse organizzazioni internazionali, tra cui l'UNICEF, la Banca Mondiale, ed altre agenzie ONU, avevano l la loro sede.
Nell'attentato sono rimaste uccise almeno diciotto persone, tra cui Sergio Vieira de Mello, di 55 anni, rappresentante speciale in l'Iraq del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Le vittime - un centinaio almeno tra morti e feriti - provenivano da varie parti del mondo, ricordando, in questo, l'ampia gamma di nazionalit di quanti, nel settembre 2001, subirono gli attacchi terroristici contro l'America.

E' ancora troppo presto per dire con certezza quali saranno gli effetti a breve o a lungo termine dell'attentato. Tuttavia, sembra proprio che, sullo sfondo dello sforzo di ricostruzione dell'Iraq guidato dagli Stati Uniti, si sia verificato uno spostamento di obiettivo: dall'attacco ai soli americani (ne sono morti 61 dalla fine del conflitto lo scorso aprile) a quello ora indirizzato a paesi, organizzazioni e singoli
individui impegnati nel processo di pacificazione e stabilizzazione dell'Iraq, o comunque coinvolti nella fine del regime di Saddam Hussein. Il 7 agosto, l'attacco all'ambasciata giordana a Baghdad provoc cinquanta vittime, tra morti e feriti. E la Giordania aveva concesso l'uso del suo territorio per l'attacco anglo-americano all'Iraq. Il 17 agosto, un acquedotto nel Nord di Baghdad che serviva quattro
milioni d'Iracheni venne fatto saltare in aria. E da giugno ad oggi gli oleodotti iracheni sono stati regolarmente presi di mira, soprattutto quello lungo 965 km che dal centro petrolifero di Kirkuk in Iraq raggiunge il porto di Ceyhan in Turchia, fruttando all'Iraq sette milioni di dollari al giorno.
Tutto questo il segnale di una volont di attaccare civili ed infrastrutture altamente significative, e non soltanto soldati americani o britannici.

Alla luce di quanto accaduto nelle ultime due settimane, appare chiaro che vi sono gruppi terroristici determinati a deviare o comunque a rallentare drasticamente il processo di rinascita dell'Iraq. Tali gruppi sperano che la popolazione irachena, gi perplessa sulle intenzioni anglo-americane e frustrata dalla lentezza della ricostruzione, chieda a gran voce il ritiro appunto degli anglo-americani prima della istituzione di un governo o della formazione di una struttura economica che possano definirsi tali. Ma
c' anche una motivazione, quella cio di dissuadere altri paesi dal voler assicurare la presenza di loro inviati in Iraq. Qualunque serio coinvolgimento da parte di Germania, Francia, India, Turchia, o paesi
arabi, infatti, finirebbe col sostenere lo sforzo americano di ricostruzione del paese.

Una partecipazione geograficamente pi ampia alla ricostruzione dell'Iraq inevitabilmente destinata a restringere il divario tra, da un lato, l'amministrazione Bush e, dall'altro, UE e paesi arabi e musulmani,
sorvolando, in tal modo, sulla questione del ritrovamento delle armi di distruzione di massa.
Lo sdegno espresso dalla comunit internazionale attraverso, in particolare, le parole di Romano Prodi, Presidente della Commissione europea, e centrato sul ruolo fondamentale dell'ONU, potrebbe condurre ad una maggior volont da parte degli europei di andare esattamente nella direzione opposta a quella voluta dai terroristi, cio collaborare ancora pi strettamente alla ricostruzione dell'Iraq. In altre parole, riuscir anche questo attentato a mettere insieme gruppi e paesi tra i pi svariati, come accadde dopo gli attacchi terroristici del settembre 2001? Accrescer il numero di quanti vedono nella ricostruzione
dell'Iraq un processo che rafforza la lotta al terrorismo, come ama ripetere l'amministrazione Bush?

L'arresto di Taha Yassin Ramadan, vice - Presidente iracheno del regime di Saddam, avvenuto lo stesso giorno dell'attentato, potrebbe ragionevolmente indurre ad ipotizzare che l'attacco sia stato voluto dai fedelissimi suoi o di Saddam Hussein. Sono infatti numerosi gli esempi di attentati suicidi
organizzati dalla Jihad islamica o da Hamas in seguito all'arresto o all'uccisione di un loro importante esponente da parte degli israeliani.

Il perdurare o l'aumentare - nel numero o nella portata - degli attacchi alla ricostruzione dell'Iraq da parte di gruppi terroristici potrebbe essere interpretato come uno sforzo coordinato di gruppi diversi e
variamente motivati: per alcuni, la spinta sarebbe l'odio verso l'amministrazione Bush, per altri l'avversione al fatto che siano gli Stati Uniti in prima fila a ridisegnare i confini dell'intero Medio Oriente. Tali gruppi sarebbero composti da fedelissimi di Saddam Hussein o da individui comunque scontenti di assistere ad una ricostruzione dell'Iraq non rispondente ai desideri della classe politica locale o agli
interessi dei paesi confinanti. Sembra che il loro obiettivo sia quello di distruggere l'Iraq: qui che convogliano le posizioni di numerosi e vari gruppi dissidenti, collegati o meno con Al-Quaeda, o di gruppi islamici indipendenti, radicali o estremisti.

Finora, l'amministrazione Bush e il governo britannico si sono mostrati decisi a proseguire nella direzione intrapresa in Iraq. Il successo e il perdurare nel tempo della stabilizzazione di Baghdad e i requisiti necessari alla costruzione di una nazione verranno dalle risposte dell'ONU, della UE, dei paesi arabi e musulmani. Come gli israeliani sanno fin troppo bene, quando al patriottismo locale, gi associato ad un antico odio per il governo al potere, si aggiungono confini penetrabili in uno stato di quasi totale assenza di leggi, difficile evitare atti di sabotaggio e attacchi terroristici.

*Il dr. Kenneth W. Stein Docente di Storia Contemporanea del Medio Oriente e Scienze Politiche presso la Emory University di Atlanta, Georgia.