La Gazzetta del Mezzogiorno

January 23, 2004

"Il divorzio di Sharon"

di Kenneth W. Stein (*)

Israele è pronto ad agire unilateralmente, con o senza una controparte negoziale palestinese. Così, il mese scorso e in diverse occasioni, ha dichiarato il Primo Ministro israeliano Sharon, dicendosi pronto a sganciarsi dai Palestinesi per proteggere il futuro economico e demografico dello Stato ebraico.

Frustrato dalla paralisi e dall’imminente stato di bancarotta dell’Autorità Palestinese, Israele sta in effetti pianificando una separazione fisica dai Palestinesi. Sharon ne ha enunciato la motivazione nel discorso programmatico dello scorso 18 dicembre a Herzelia: “proteggere il volto dello Stato ebraico e democratico di Israele” attraverso un incremento “della sua economia, la formazione delle giovani generazioni, l’integrazione degli immigrati, il progresso della coesione sociale ed il miglioramento dei rapporti tra Arabi ed Ebrei in Israele”. E’ la road map di Sharon, fondata essenzialmente sul termine “sganciamento” ripetuto ben sedici volte in quel discorso. In breve: il conflitto arabo-israeliano sta prosciugando la società israeliana.

A questo punto la domanda che critici, sostenitori ed osservatori egualmente si pongono è: sta soltanto premendo l’acceleratore con il motore in folle, avvelenando l’aria e sollevando un polverone politico, oppure finirà col lasciarsi alle spalle, sganciandosene, quegli stessi insediamenti che in passato ha curato e sostenuto? Nella fattispecie, Sharon non fa altro che dichiarare la posizione centrista d’Israele. La separazione dai Palestinesi e la salvaguardia della popolazione israeliana dal terrorismo, infatti, sono esattamente gli stessi concetti espressi nel 2002 da Amran Mitzna, l’esponente laburista sconfitto da Sharon, il quale aveva appunto auspicato la separazione degli Israeliani “dal terrorismo palestinese … una mossa unilaterale di separazione dai Palestinesi … con l’accordo (palestinese) e altrimenti … la creazione di un confine … un confine politico convenuto, o un confine di sicurezza unilaterale”.

Perché adesso? Perché, per motivi di ordine regionale, internazionale e interno, è il momento giusto per un’azione politica preventiva da parte israeliana. Sharon può ben dire che, rispetto ai suoi vicini, Israele è al sicuro. Ma cosa vede, se sposta lo sguardo al mondo arabo, o dall’altra parte del Mediterraneo, o ancora verso i vicini palestinesi o verso Washington? Vede un quadro politico mediorientale in fermento. La situazione è di semi-caos e di paralisi. Gli Stati arabi, con un occhio sempre puntato sull’Iraq, aspettano di vedere se questo potrà essere rimesso in piedi come sembra stia accadendo in Afghanistan. Vede un mondo arabo andare alla deriva senza uno scopo né idee chiare, privo com’è di una qualsiasi direzione o di una leadership per l’intera regione. Vede i singoli Paesi arabi sopraffatti da questioni di “governance”, di esplosioni demografiche, di disoccupazione alle stelle, come pure dalla difficoltà di trovare una strada percorribile per l’economia.

E non dobbiamo dimenticare la tensione, in ciascuno Stato arabo come pure all’interno della comunità palestinese, tra riformisti e le élites di regime che rifuggono dal cambiamento. Sul piano internazionale, Israele percepisce scarse pressioni esterne – l’unica spinta a cambiare lo status quo viene dall’interno. Nel Presidente Bush, Sharon ha un compagno ideologico sul fronte della guerra al terrorismo, con cui condivide inoltre il convincimento che Arafat rappresenti un ostacolo fondamentale al progresso della diplomazia. Alla luce delle elezioni presidenziali americane di quest’anno, Sharon può tuttavia prefigurare uno scarso intervento degli USA nei negoziati arabo-israeliani, almeno fino alla primavera del 2005.

E l’Europa che Sharon ha sotto gli occhi, oltre ad essere impegnata nell’ampliamento della UE da 15 a 25 Stati membri, ha anche una fitta serie di questioni interne da affrontare. In Russia, c’è troppa carne al fuoco per Putin, e l’ONU abbaia ancora ma non morde. Nonostante la frustrazione dei quattro partecipanti alla road map per il passo di lumaca con cui questa procede, ONU, Russia ed Europa devono districarsi in mezzo ad altre priorità in competizione.

Inoltre, Sharon si rende conto di quanto possa alla lunga stancare il continuo finanziamento dell’economia palestinese. La corruzione e l’atteggiamento dispotico di Arafat hanno portato l’Autorità Palestinese ad un declino quasi inarrestabile. Con la disoccupazione a più del 50%, è al limite della bancarotta. Lo sganciamento dai Palestinesi vuole appunto evitare che Israele debba continuare a sovvenzionare annualmente la loro economia e vuole altresì svincolare la manodopera palestinese dall’economia israeliana.

Sul piano interno, Sharon considera il suo governo guidato dal Likud relativamente stabile fino a tutto il 2007, nonostante voci inquietanti che lo riguardano circa lo scandalo del reperimento fondi. I partiti di sinistra e di centro, che oggi non fanno parte della coalizione di governo, sono assai ben disposti a sostenere il disimpegno dai territori. Infine, Sharon punta al forte coinvolgimento di una popolazione israeliana stanca di spargimenti di sangue, ansiosa di disfarsi di una parte consistente della Cisgiordania e di Gaza, oltre che tesa a preservare l’identità ebraica di Israele. Il suo intento, nel voler completare la barriera di separazione entro il 2005, è di frapporre un ostacolo fisico insormontabile per i Palestinesi che sognano il ritorno a ciò che Israele era prima della guerra del giugno ’67. Oltre tutto, l’economia israeliana deve destinare più risorse a risollevare il Paese dalla povertà che ad affrontare spese di emergenza per operazioni di sicurezza. Il sistema scolastico è ridotto a brandelli dai tagli di bilancio. Ci sono divari sociali nell’attuale struttura etnica della democrazia israeliana che vanno affrontati con urgenza. La separazione e lo sganciamento mirano appunto a scaricare la responsabilità economica del futuro dello Stato palestinese su altri – in Europa, negli Stati Uniti, nel Giappone, nel mondo arabo.

Infine, vi è il posto che Sharon vuole per sé nella storia di Israele. Il suo predecessore, Ehud Barak, era un grande leader come militare ma un fallimento come politico – distinzione che Sharon non vuole certo condividere. Con una storia alle spalle già mitica e navigata sia militarmente sia politicamente, può piuttosto assomigliare a David Ben-Gurion, leader dello Stato ebraico all’epoca della sua costituzione, e, nello stesso tempo, a Menachem Begin, il Primo Ministro che all’ideologia privilegiò il bene strategico a lungo termine dello Stato ebraico.

Se sceglierà di attuare un consistente ritiro dalla Cisgiordania e di far fronte a pressioni interne oltre che alle critiche di tanti Palestinesi, Sharon si farà un posto tra grandi leader israeliani del rango di Ben-Gurion e Begin. Praticamente nulla, se non la sua stessa volontà, il suo coraggio o la salute, potrà impedirglielo.

Ciò che è certo è che, se solo lo vuole, Sharon può concretizzare questa decisione unilaterale. Inoltre, non sembrano esserci all’orizzonte politico israeliano possibili successori in grado di portare avanti questo ritiro massiccio e necessario e, al contempo, sopravvivere politicamente. Esiste dunque una precisa occasione di preservare l’identità e la sicurezza di Israele, pur assicurando ai Palestinesi il loro Stato.

Il Prof. Kenneth Stein insegna Storia contemporanea del Medio Oriente e Scienze Politiche presso la Emory University di Atlanta, in Georgia.